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PiazzettaVergani.org è un blog curato dal Gruppo Giornalisti Lombardi e intende da un lato essere un tributo al collega Guido Vergani scomparso nel 2005 e dall'altro un momento di confronto su temi politici, sociali ed economici

INTIMIDAZIONI A CRONISTA: INTERVIENE IL GRUPPO CRONISTI LOMBARDI / la risposta del sindaco di buccinasco e lo scambio di lettere con il presidente del GCL

Il Gruppo Cronisti Lombardi ha diffuso oggi, 28 dicembre, il seguente comunicato:

“Il Gruppo Cronisti Lombardi ha preso visione dell’intervento che il sindaco di Buccinasco, Loris Cereda, ha tenuto nel corso della seduta del consiglio comunale del 19 novembre 2007 . In particolare la Presidenza si è soffermata ad esaminare il passaggio in cui il sindaco affronta il tema di una intervista al Procuratore antimafia Ferdinando Pomarici apparsa il 13 novembre sul quotidiano freepress “City” a firma di Davide Milosa. Il sindaco, riferendosi a una frase tra virgolette del dottor Pomarici riportata dal giornalista, ne trae spunto per definire il collega Milosa “personaggio pericoloso” e da “isolare” nonché per attaccarlo pesantemente sul piano della sua dignità professionale.

Nel sottolineare che il dottor Pomarici, interpellato dal sindaco in proposito e secondo le affermazioni del sindaco stesso, non ha smentito la frase incriminata, e senza voler per questo escludere che a fronte di una domanda precisa con riferimenti a Buccinasco e Corsico il giornalista possa aver frainteso la relativa risposta, il Gruppo Cronisti respinge fermamente le affermazioni del sindaco di Buccinasco (e quelle di altri consiglieri comunali contro i giornalisti, riportate negli interventi a verbale della seduta), ritenendole lesive della dignità professionale del collega Davide Milosa e di tutta la categoria.

Rileva come in un Paese democratico il rispetto dei ruoli sia essenziale, così come lo è il diritto di cronaca, di critica e di replica sia da parte dei giornalisti sia, come in questo caso, dei politici, purché si mantenga nell’ambito di un confronto civile e senza toni offensivi o da crociata.

Nessuno ha il diritto di “isolare” o di mettere alla gogna chicchessia, soprattutto quando il presunto colpevole abbia esercitato in modo corretto, fino a prova contraria, le sue prerogative affrontando temi di importante impatto per la vita sociale ed economica di un’area o di una città”.

Milano, 28 dicembre 2007

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Questa la risposta del Sindaco di Buccinasco

Alla c.a. del
Presidente Gruppo Cronisti Lombardi
Rosi Brandi

Oggetto: Davide Milosa e Consiglio Comunale del 19 novembre u.s.

Caro presidente,

Faccio riferimento al Vostro comunicato stampa del 28 dicembre 2007, per ribadire che non intendo negare di aver parlato di Milosa nel Consiglio comunale in questione con determinati attributi. Ma ho troppa stima della categoria dei giornalisti (alla quale anche io appartengo in qualità di direttore responsabile del mensile del comune di Buccinasco) e dell’importantissima funzione che svolgono per la collettività, per poter credere che un gruppo importante come quello che Lei presiede pensi che nel mio intervento volessi in alcun modo ledere la dignità professionale della categoria. Anzi, proprio la stima che ho della categoria mi suggerisce che Milosa prima di chiudere il Suo articolo almeno una telefonata poteva farmela.

Ma veniamo ai fatti così da non parlare in astratto. Il collega Milosa su City dello scorso 30 ottobre concludeva la sua indagine su ipotetiche infiltrazione mafiose nel sud Milano riportando questo virgolettato del Procuratore aggiunto della Repubblica, Ferdinando Pomarici “A Buccinasco non si spara solo perché il controllo mafioso è totale”. Bene, ho ritenuto che queste parole potessero essere lesive della dignità dei miei concittadini e, allo stesso tempo, sottintendere che la stessa politica e l’amministrazione fossero a loro volta controllate. Soprattutto mi è sembrato davvero strano, e improbabile, che tali considerazioni potessero essere state rilasciate da una persona accorta e navigata come il dottor Pomarici.

Ne ho chiesto conto direttamente a Pomarici. Ecco la risposta: “Gentile signor Sindaco, con riferimento alla sua missiva in data 16 novembre, preciso di non avere letto l’articolo che riportava mie peraltro sintetiche dichiarazioni relative alla presenza di infiltrazioni mafiose sul territorio di diversi Comuni dell’hinterland milanese, e di non essere pertanto in grado di valutare l’aderenza dell’intervista al mio pensiero”. E aggiunge: “Ricordo però di aver dichiarato, a domanda del giornalista che rilevava la relativa assenza di episodi omicidiali, che non sempre tale tranquillità sia significativa di una assenza di infiltrazioni mafiose, in quanto può essere anche attribuita ad una situazione ormai consolidata di controllo del territorio”. E ancora: “Certamente invece escludo di avere mai ipotizzato e quindi riferito di una situazione di controllo della pubblica amministrazione, né tantomeno dell’attuale amministrazione del Comune di Buccinasco, sicché non comprendo il motivo del suo risentimento”.

Dunque, è lo stesso Procuratore Aggiunto della Repubblica a confermare, nero su bianco, di non aver mai parlato di Buccinasco, quanto piuttosto di “diversi comuni dell’hinterland”. Quindi chiedo a lei, caro presidente, dov’è il rispetto della verità sostanziale dei fatti, una delle prerogative, forse la più importante, per chi esercita la professione giornalistica? Lungi da me insegnare un mestiere a chi lo fa da tanti anni, o processare qualcuno, ma sarà d’accordo con me nel considerare alcune affermazioni di Milosa un pochino forzate o forse suggerite da qualche sedicente politico che di certo non ha a cuore la cittadina in cui vive… Mi perdoni lo sfogo, da quando mi sono insediato sono stato oggetto di insulti gratuiti e pretestuosi da parte di una cattiva politica male amplificata da una stampa a volte disattenta.

Con rinnovata stima e fiducia
Loris Cereda
Sindaco di Buccinasco

Ps. Ovviamente non tocca a me rispondere delle affermazioni di consiglieri comunali che non appartengono al mio schieramento, e dei quali, stranamente, non viene neanche fatto il nome.

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A seguito della lettera del Sindaco Cereda, il presidente del Gruppo Cronisti Lombardi, Rosi Brandi ha così risposto:

Egregio Sindaco Cereda,

La ringrazio per la Sua circostanziata risposta alla nostra nota del 28 dicembre 2007: è un segno di attenzione e di rispetto verso la problematica evidenziata dal Gruppo che presiedo. Prendo atto che con il Suo intervento in Consiglio comunale non aveva intenzione di offendere la categoria dei giornalisti, tuttavia non posso non ribadire che l’invito a “isolare” il collega Davide Milosa, definito “personaggio pericoloso”, è fonte di amarezza, soprattutto perché queste frasi sono state pronunciate da un sindaco e non da un podestà. Attaccare pesantemente e pubblicamente un giornalista sul piano della sua dignità professionale vuol dire anche offuscare il significato dell’art. 21 della Costituzione Italiana.

Con ciò non voglio dire che i giornalisti siano intoccabili: molto più semplicemente, in caso di fraintendimenti o errori – che ovviamente nel nostro lavoro possono sempre capitare – il dialogo fra persone civili resta la migliore delle soluzioni. Non certo quella di mettere alla gogna il presunto “colpevole”.

Auspico dunque, gentile signor Sindaco, che un rapporto corretto, nel rispetto dei ruoli di entrambi, possa essere ripreso con il cronista Milosa. Magari – chiedo troppo? – annunciandolo fra le “varie ed eventuali” del prossimo Consiglio comunale.

In attesa di incontrarLa al più presto, Le invio i miei più cordiali saluti e un augurio di buon lavoro.

Rosi Brandi
Presidente Gruppo Cronisti Lombardi

Milano, 14 gennaio 2008

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Ed ecco che cosa ha risposto il Sindaco Cereda:

Egregio Presidente,
grazie per il tono disteso, che apprezzo e voglio valorizzare.

Accolgo con piacere il suo suggerimento e, nel corso del prossimo Consiglio Comunale, ribadirò che non ho nulla contro il Sig. Milosa (cosa che per altro ho già detto telefonicamente sia a lui sia al suo Direttore) né con i giornalisti che fanno con impegno il loro lavoro. Il mio sdegno va a quella pessima politica che da un lato fornisce alla stampa “veline” bugiarde e, dall’altro, la strumentalizza.

Con i miei migliori saluti,
Il Sidaco

Loris Cereda

Milano, l’Ecopass e il resto della città

Si fa un gran parlare in questi giorni, e non potrebbe essere altrimenti, dell’introduzione anche a Milano di un accesso al centro a pagamento per le auto inquinanti, vale a dire quelle cosiddette Euro2 ed Euro3, alcune peraltro tutt’altro che “vecchie”. Di fondo, sul provvedimento, già attuato anche in termini più drastici in altre città e capitali europee (in ogni caso arriviamo sempre in ritardo!) non c’è niente da dire. Nella cerchia dei Bastioni, zona di salvaguardia del provvedimento, si dovrebbe finalmente circolare meglio, le polveri sottili dovrebbero diminuire, la qualità dell’aria in generale dovrebbe essere migliore. Ma nessuno sembra essersi preoccupato di che cosa succederà nelle zone limitrofe, quelle che vengono definite il “semicentro”, dove i provvedimenti sul traffico annunciati da anni stentano a essere messi in pratica. Il riferimento è in particolare alle strisce gialle e blu che alla viglilia delle elezioni amministrative si sono fermate ben al di qua dei limiti che avrebbero dovuto raggiungere. Cosicché chi viene da fuori continua ad approfittare tranquillamente della libertà di parcheggio (anche selvaggio) mentre i residenti devono arrangiarsi o decidere addirittura, una volta conquistato il parcheggio, di non muoversi più da là finché non scatta il divieto di sosta per la pulizia delle strade, magari sei giorni dopo! Detto per inciso, altro problema, la pulizia, che ci si affanna a non risolvere nonostante proclami e promesse.
In quelle zone, non ancora toccate dal giallo-blu, dove le strisce bianche latitano nonostante le sentenze continue che rilevano la necessità e addirittura il dovere per i Comuni di prevederle, è probabile che il caos divenga maggiore di quanto non lo sia già ora. Il riferimento è in particolare alla zona est (entrata da Forlanini, per intenderci) dove viale Corsica e Corso XXII Marzo scoppiano di traffico e dove le vie alternative di scorrimento- leggi Piranesi, Archimede, Marcona, Plebisciti- sono tediate dai lavori interminabili in corso e bloccate a più riprese dai tempi semaforici troppo lunghi in attesa e troppo brevi in scorrimento, così da creare file interminabili e aria irrespirabile per pedoni e residenti. (A proposito, perché qualche centralina mobile non viene piazzata anche in queste strade? Forse i residenti di qui non hanno lo stesso diritto di quelli del centro o di quelli di viale Marche di sapere quali sono i valori degli inquinanti?).
Come al solito, insomma, si fanno i piani generali, si fanno i progetti totali, poi si finisce per attuarne solo parte dimenticando che in questo modo si creano nuove situazioni di disagio e di caos. L’augurio è che con i soldi dell’Ecopass si riesca davvero ad attuare nuovi provvedimenti seri ed efficaci, e magari a realizzare anche qualche altro parcheggio, davvero pubblico, dove non si rischi lo stipendio per lasciare l’auto in sosta per qualche ora!(g.p)

PS. Se c’è qualcuno che vuole intervenire nel dibattito, si faccia avanti, in questo sito troverà lo spazio giusto qualunque sia la sua opinione in proposito. Grazie.

Premiati i vincitori del “Vergani-Carcere&Comunicazione”

Il carcere di Bollate ha fatto quest’anno da cornice all’atto conclusivo del Premio Guido Vergani Carcere&Comunicazione, che intende segnalare anche alla società esterna agli istituti di pena lombardi le pubblicazioni che i detenuti, con l’aiuto degli operatori penitenziari, realizzano con impegno e di certo con risultati sempre migliori.
Quest’anno il primo premio è stato assegnato al “Numero 0″ della pubblicazione “Mezzobusto” del carcere di Busto Arsizio.
Questa la motivazione della Giuria presieduta da Dario Cresto Dina vice direttore del quotidiano La Repubblica:
““Credere o non credere ai mass media?”. giustomezzobusto_1.jpgComincia con un articolo provocatorio l’avventura giornalistica di “Mezzo Busto”, quasi a voler subito mettere in chiaro che i detenuti sono stanchi di vedersi descritti come mezzi uomini da giornali e televisioni. L’allusivo nome della testata è dunque il frutto di un sentimento diffuso nella popolazione carceraria e vuole quasi esorcizzare la temporanea mancanza dell’altra metà della vita, ovvero la libertà. Attraverso le sbarre filtrano i ricordi (come dimostra l’”Autobiografia di un viaggiatore” di Richard), che sono anche un’occasione per riflettere sugli errori commessi. Dal passato al presente il passo è breve: la cronaca di una giornata tipo trascorsa in carcere (“…fatta di piccoli atti, la cui articolazione, però, mantiene accesa la speranza di riprendere il quotidiano fuori e lontano da qui”, scrivono Marco e Ale) e una relazione sulle condizioni di salute dei reclusi (Chaka Zulo l’ha scritta in inglese) esprimono realismo ma anche un grande desiderio di comunicare. Lo stile di scrittura sobrio, la grafica e le immagini accattivanti (piccole opere d’arte firmate da Simion “Micuzu” Adrian) accrescono ulteriormente il valore educativo e culturale svolto dalla redazione di “Mezzo Busto”: tutt’altro che debuttanti allo sbaraglio.

Queste le motivazioni degli altri premi attribuiti e delle menzioni speciali:
Secondo premio
IL SESTANTE – Carcere di Vigevano
“Chiamata per l’inferno”, “La belva è sconfitta”, “La lotta tra il bene e il male”: non si può certo dire che la redazione non sappia che un titolo ad effetto attrae l’attenzione dei lettori. Dietro queste immagini forti si cela in realtà un problema molto sentito tra i detenuti: la paura. Dietro le sbarre si materializza come una “belva feroce, in agguato, in attesa di lacerarti senza pietà”, così la descrive Savina. E Laura racconta: “In una sorta di allucinazione vedo confusamente il blindo, penso di aprirlo e trovare al di là i miei figli e nipoti che dormono serenamente, ma la realtà è differente. Così appoggio la mia figura contro la porta di ferro e percepisco che è più calda del freddo che porto dentro di me”. L’inchiesta indaga sulle varie declinazioni della paura: dei bambini, nei confronti dello straniero (e qui si accusano mass media e politici di acutizzare i conflitti etnici), per la mancanza di sicurezza nella vita quotidiana, quella vissuta da una donna araba “reclusa” in casa. L’attenzione e la cura con cui vengono affrontati argomenti di attualità confermano l’impegno della redazione a mantenere uno stretto legame con il mondo esterno. Mondo distratto al quale si vuole ricordare – come dimostra il titolo di un articolo su carcere e società – soprattutto un concetto: “Si cercano mostri, si trovano uomini”.

Terzo premio
ZONA 508 – Carcere di Brescia
Un anno dopo la ripresa delle pubblicazioni la redazione dimostra che non ha nulla da invidiare ai colleghi del “mondo esterno”. Interviste ad attori, riflessioni sulle pene alternative, cronaca, barzellette, ricette. Non si risparmiano critiche ai mass media per la loro abitudine a condannare prima che lo faccia un giudice e, quasi a voler sottolineare che i detenuti nono sono mostri da sbattere in prima pagina, si affrontano anche argomenti delicati come l’affettività. E’ possibile provare emozioni in carcere? “A 50 anni l’affettività ha un sapore diverso”, scrive L.: “per me, che sono felicemente sposata da 35, la provo per mio marito, per la mia casa, le mie cose che non hanno nessun valore per gli altri ma che io, quando potevo, ogni giorno guardavo e toccavo con profondo attaccamento…”. Markicio invece ricorda suo padre, “che anche dopo cinque carcerazioni, carabinieri in casa, perquisizioni e altri brutti episodi, mi sta ancora accanto e non mi abbandona nonostante le disgrazie che gli provoco. Sto rendendomi conto che mi vuole davvero bene”. A rendere completo il reportage è l’ironia di Andrea: “…chiedere a un detenuto di parlare di affettività è come invitare un alcolista all’Oktober fest”.

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA
CARTE BOLLATE – Carcere di Bollate

“Vogliamo fare un giornale vero”: l’editoriale del numero di settembre-ottobre esprime una grande ambizione ma anche una realtà innegabile. In quattro anni di esperienza “Carte Bollate” è diventato un giornale vero, riuscendo a bilanciare il desiderio di comunicare dei detenuti con i rigori di una vita privata della libertà. La grafica sobria, i titoli essenziali, gli articoli ben scritti e rigorosamente documentati sono la testimonianza di un lavoro giornalistico compiuto con grande professionalità, il che rende questo periodico un fuoriclasse nel panorama carcerario lombardo. L’inchiesta sul diritto alla salute e sui prezzi dei generi del sopravvitto confermano l’attenzione verso le problematiche più sentite dai detenuti, ma a rendere davvero completa la pubblicazione sono le notizie di cronaca “interna” (animali domestici al colloquio, l’apertura di un laboratorio di tatuaggi), le news dal mondo (troppi morti nelle carceri britanniche, un uomo d’affari acquista 100 pizze per i suoi ex compagni di detenzione), la pagina di sport, la rubrica di turismo dal titolo emblematico “Dove ti porterei se non fossi qui”, lo spazio dedicato alla riflessione religiosa (equo per Chiesa Cristiana e Islam). Non manca lo scoop: la “Notte bianca” organizzata all’interno del carcere, la prima in Italia. “La II^ casa di reclusione di Milano-Bollate è sempre più open house”, è scritto nell’articolo che annuncia l’evento con 250 visitatori e “buffet galeotto”. Fuoriclasse, appunto.

MENZIONE SPECIALE
FACCE & MASCHERE – Carcere di San Vittore

“Sono a San Vittore da tre mesi e non so quanto dovrò starci: da circa dieci anni giro per le galere italiane e devo dire che ciò che vado scoprendo in questi giorni non è del tutto negativo: prima consideravo cazzate uscire dalla propria cella, ma mi sto ricredendo…”. L’articolo di C.D.R., reduce da una positiva esperienza al Centro per l’auto-assistenza, ha un titolo emblematico: “La maschera del sopruso”. E’ un inno alla speranza ma anche un pressante appello a rendere migliori le condizioni di vita a tutti i detenuti, i quali sono invitati a camminare “a viso scoperto” per far capire “a tutta la società che la maschera da sempre la portano i potenti e le istituzioni”. Le ventiquattro pagine del giornale prodotto dai detenuti e dalle detenute di San Vittore nell’ambito del Progetto Ekotonos non concedono spazio alle divagazioni: sono invece ricche di riflessioni sul dramma di vivere privati della libertà trovando, nonostante tutto, uno stimolo per migliorare. Come spiega Maurizio, ristretto al terzo raggio: “Ho 40 anni e dall’età di 27 ha inizio la mia disavventura che oggi ritengo nauseante, perché ho condotto una vita senza valori. Tuttavia, avendo subìto la mia persona un processo di rivoluzione, oggi sono desideroso di cibarmi di cultura, di conoscenza degli altri, per potermi arricchire di un bagaglio personale di cui sono carente”.
Ma subito dopo il lettore viene riportato alla dura realtà penitenziaria, che non concede sconti neanche sulle visite mediche e il tempo libero: “Noi, detenuti del terzo raggio, terzo piano, chiediamo due ore di socialità, visto che siamo chiusi in cella 21 ore su 24. Potremmo organizzare un torneo di scacchi o di scopa o altro, potremmo andare a mangiare nelle altre celle, come si fa in quasi tutte le carceri”.

MENZIONE SPECIALE
PIANETA MIOGNI – Carcere di Varese

“Mi è stato chiesto di scrivere che cosa è il tempo libero ed io sono rimasto senza capire la domanda per qualche minuto”, scrive Giuseppe Di Benedetto nella pagina dedicata alle “Considerazioni”. Mentre Giovanni Leoni sottopone un singolare interrogativo nella rubrica “Curiosità”: “Perché le rotaie dei treni sono distanti tra loro 143,5 centimetri?”. Si potrebbe dire che ai detenuti non manca certo il tempo per i pensieri, ma il fatto di metterli tutti – utili e oziosi – nero su bianco aiuta a non perdere la vivacità intellettuale anche su un “pianeta” poco ospitale come il carcere. Non a caso la redazione del periodico mantiene costante la sua attenzione verso le questioni di attualità più scottanti, come l’indulto, la legge Bossi-Fini sull’immigrazione (“Se i provvedimenti fossero stati presi in passato, forse ora non saremmo stati invasi dalla microcriminalità straniera”, accusa Matteo Manna), il decreto legge Turco: in quest’ultimo caso viene proposto un confronto fra “pro” e “contro”. I pro di un genitore: “Ora mio figlio ha 18 anni e non fuma nemmeno una sigaretta nonostante sia cresciuto in una famiglia con un padre per metà del tempo in carcere e con una madre che non ha mai fatto mistero di farsi qualche canna”. I contro: “Fin dalla conquista del Sud America la cocaina era uno stimolante di normale uso nelle popolazioni andine; capìta la sua potenzialità, gli spagnoli crearono un popolo di tossicomani da usare 14 ore al giorno nello sfruttamento delle miniere di rame”. Da sottolineare lo sforzo di comunicare senza frontiere, con la pubblicazione di proverbi e detti raccolti da detenuti originari di Senegal, Albania, Egitto e Marocco, tutti scritti in arabo e albanese.

OPINIONE LIBERA – Carcere di Monza

L’intervista a M.D., prima detenuta straniera a Monza a conseguire la Certificazione di italiano (iniziativa del CTP con l’Università di Siena), dimostra chiaramente che il carcere può essere un evento della vita ma non una predestinazione: “Sono laureata in lingue moderne applicate presso l’Università Statale di Cley-Napoca in Romania. Ho studiato francese e russo”. Come si è preparata per l’esame? Lei risponde: “Devo ammettere che ho avuto anche parecchie difficoltà, perché lo studio richiede concentrazione e la convivenza con tante persone (6 in cella), in più i miei problemi personali e giudiziari hanno costituito degli ostacoli difficili da superare: ho dovuto avere tanta pazienza con le mie concelline, ma anche loro con me!”. E’ ampio e variegato lo spazio che la sezione femminile dedica ai temi della formazione didattica, della salute e della religiosità, dimostrando un forte desiderio di rivincita e di redenzione. Al giornalino hanno partecipato anche alcuni studenti universitari e delle scuole superiori: attraverso i resoconti delle loro visite guidate all’interno del carcere hanno aperto una finestra sul mondo esterno e creato un’occasione per conoscere il volto umano di chi è condannato a saldare i conti con la giustizia: “Vogliamo augurare”, scrivono i giovani visitatori, “che una volta usciti non facciano più gli errori che possano riportarli lì di nuovo”.

CONTROSENSO – Carcere di Mantova

I professionisti dell’informazione sono avvertiti: in carcere c’è chi li tiene d’occhio, giorno dopo giorno. Le notizie distorte e gonfiate, oltre all’ampio assortimento di quelle inutili, sono un tema che sta molto a cuore ai detenuti-cronisti, i quali sul loro giornale non esitano a sentenziare: “Da tanto, troppo tempo, i media stanno bombardando i nostri cervelli con le notizie che vogliono loro. Faccio un esempio”, spiega un detenuto che si firma Zio Ben: “Il ragazzo della provincia di Pavia (Garlasco), unico indagato per l’omicidio della propria ragazza, al momento in cui scrivo questo articolo non si sa ancora se è colpevole o innocente. Ma sembra che questo ai media interessi poco…”. Lo sguardo costante sull’attualità conferma la volontà della redazione di proporre un tipo di giornalismo semplice ma allo stesso tempo ricco di contenuti: i detenuti scrivono di scarcerazioni facili e del Kosovo, del V-Day di Beppe Grillo, della sanità e della violenza negli stadi con la stessa vivacità che caratterizza il dibattito nel mondo “esterno”. Lanciata anche una proposta per combattere la prostituzione: “Perché non eliminiamo la legge Merlin e riapriamo le case chiuse?”.
L’invito ai lettori lanciato nel numero di novembre è sintomatico dello sforzo di mantenere sempre vivo e aggiornato il rapporto oltre le sbarre: “Desiderate conoscere il nostro punto di vista rispetto a un problema che ci riguarda? Scriveteci senza remore”.

IL DUE – Carcere di San Vittore

Da otto anni il net magazine mantiene spalancato l’ingresso del carcere di San Vittore: spalancato virtualmente, ovvio, ma per chi è privato della libertà non è poco esprimere liberamente i propri pensieri. Come Pino, ergastolano, il quale racconta la sua esperienza dopo essere stato autorizzato a lavorare all’esterno: “Pensavo che tristezze e miserie esistessero solamente in carcere, pensavo che nel mondo fosse tutto bello, colorato, profumato”. L’amarezza per una vita lasciata a metà si esprime attraverso la poesia di Pino, dal titolo emblematico: “Avrei voluto”. Invece Islam parla di amicizia tra le mura, cercando di far capire che i detenuti non sono “brutti, cattivi, violenti, maleducati, sporchi, antipatici, prepotenti, senza cuore – e chi più ne ha più ne metta – completamente tatuati e magari anche con la faccia tagliata”.
Puntuale il monitoraggio sulle notizie di attualità riguardanti il mondo carcerario, soprattutto quelle inerenti la salute (“Un detenuto su tre ha l’epatite C”), l’indulto (“Mastella: percentuale recidivi diminuiti del 6%”) e le misure alternative.
L’ansia di trasmettere una immagine dei detenuti senza distorsioni né preconcetti è testimoniata anche da un video – visibile su YouTube – intitolato “Lettera a Santoro”: un redattore de “Il Due”, condannato all’ergastolo, stigmatizza le “critiche sommarie” espresse durante una trasmissione di “Anno Zero” a proposito dell’indulto e racconta che in carcere non c’è più spazio neanche per dormire (“Materassi buttati a terra…”). L’appello finale al giornalista Michele Santoro ricalca lo stesso spirito che anima i volontari del net magazine: “Riavvicinare la società ai problemi del carcere e noi stessi alla società, nella prospettiva di un rientro in essa”.

Alla cerimonia di premiazione, durante la quale ha fatto gli onori di casa la direttrice del carcere di Bollate dottoressa Castellano, erano presenti tra gli altri il sottosegretario alla Regione con delega alle carceri dottoressa Antonella Maiolo e la Giunta del Gruppo Cronisti Lombardi, organizzatore dell’iniziativa, con il presidente Rosi Brandi.

Gli alberi del deserto di Rafael Yossef Herman allo Studio Guastalla

light_of_the_dark_7.jpgE’ aperta fino al 9 febbraio (con interruzione dal 25 dicembre al 7 gennaio) alla Galleria Guastalla, di via Senato a Milano, una mostra fotografica sui generis, dedicata agli alberi del deserto del Negev, in Israele, visti e interpretati da Rafael Yossef Herman, che in quel deserto è nato nel 1974 e che a quel deserto, ora che vive in Italia, ama spesso tornare.
L’albero è metafora della vita dell’essere umano e insieme metafora della scelta, “albero della conoscenza” del Bene e del Male. Gli alberi di Israele, la terra di Bereshit (Genesi, in ebraico), solitari nel deserto, nelle notti di luna piena anelano alla vita, lottano, soffrono.
Ed è proprio alla luce della luna, con lunghissime esposizioni dell’obiettivo, senza alcuna manipolazione digitale, che Herman ha fotografato quegli alberi, durante il succedersi di tre estati, ottenendo risultati straordinari grazie anche alla stampa in Ciba-Crome che dà alle immagini un aspetto metallico, a volte spettrale, a volte onirico. “Gli alberi – come afferma il breve articolo di presentazione della mostra – sono inondati da una luce che sembra senza spazio e senza confine, come la luce del primo giorno, che secondo la tradizione ebraica era una luce spirituale. Precedente alla creazione del sole e della luna, la luce assoluta di Bereshit pervadeva il mondo dall’inizio alla fine, e permetteva di vedere senza limiti”.
(Orari 10-13, 15-19, dal martedì al sabato).
In alto: Light of the dark n° 7, una delle opere in mostra.