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PiazzettaVergani.org è un blog curato dal Gruppo Cronisti Lombardi e intende da un lato essere un tributo al collega Guido Vergani scomparso nel 2005 e dall'altro un momento di confronto su temi politici, sociali ed economici.

I VINCITORI DEL PREMIO GUIDO VERGANI 2008 – Cronista dell’anno

Il giorno 25 ottobre 2008, alle ore 10, al Circolo della Stampa di Milano si è riunita la Giuria del Premio Guido Vergani, Cronista dell’anno 2008.
Erano presenti: Ferruccio de Bortoli (direttore de Il Sole24Ore), presidente,
Letizia Gonzales presidente del Consiglio Regionale dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, Franco Marelli-Coppola vice presidente dell’Associazione Lombarda Giornalisti, Giancarlo Angeleri direttore de La Prealpina di Varese, Alessandro Casarin (caporedattore Tg Rai Lombardia) Luigi Casillo (responsabile redazione di Milano di Sky Tg24), Giulio Giuzzi (vice direttore de Il Giorno), Roberto Rho (responsabile redazione di Milano de la Repubblica),
e per il Gruppo Cronisti Lombardi: Annibale Carenzo, presidente onorario, Rosi Brandi, presidente, Gianfranco Pierucci, vicepresidente, Paola Blandi, Beppe Ceccato, Elena Golino, Mimmo Spina, Alessandro Galimberti, membri di Giunta.
Dopo l’esame degli elaborati, prima per la sezione Carta Stampata e quindi per la sezione Radio,Tv,Web sono stati giudicati vincitori:
Per la carta stampata
Primo premio (2000 Euro e targa della Banca Popolare di Lodi) : Giacomo Amadori di Panorama per l’intervista in esclusiva a Veronica, una delle assassine di Suor Laura in Val Chiavenna
Secondo premio ex aequo (500 Euro ciascuno e targhe Sanofi-Aventis e Ordine dei Giornalisti Lombardia): Giorgio Sturlese Tosi (Espresso) per un’inchiesta su I pirati della sanità e Michele Focarete (Corriere della Sera) per un articolo su madre e figlia milanesi entrambe prostitute
Terzo premio ex aequo (250 Euro ciascuno e targhe Unione Province Lombarde e Comune di Milano): Gabriele Moroni (Il Giorno) per l’inchiesta 20 anni dopo in Valtellina ed Eugenio Arcidiacono (Famiglia Cristiana) per una esemplare storia di solidarietà.
Segnalazione (targa Gruppo Cronisti Lombardi): Andrea Silla (Corriere della Sera) per un articolo sui detenuti scrivani- informatici nel carcere di Cremona
Per la Radio, Tv e Web
Primo Premio (2000 Euro e medaglia d’oro Camera di Commercio Milano): Elena Fusai (Rai Tgr Lombardia) per un servizio a Broni sulle conseguenze sulla popolazione e sull’ambiente della lavorazione dell’amianto
Secondo premio ex equo (500 Euro ciascuno e targhe Unione Nazionale Cronisti Italiani e Associazione Lombarda Giornalisti): Vera Paggi (Rai News 24) per una inchiesta sulla Clinica degli orrori Santa Rita di Milano e Diletta Giuffrida per un’inchiesta sui rom a Milano (Sky Tg24)
Terzo Premio ex aequo (250 Euro e targhe Guardia di Finanza Lombardia e Comando Carabinieri Lombardia): Andrea Riscassi (Rai Tgr) per un servizio sui minatori della Valtellina e Alessio Lasta (Telelombardia) per un servizio sulla scuola per ragazzi disadattati di Don Gege al Quartiere Gratosoglio di Milano.
Segnalazione (targhe Gruppo Cronisti Lombardi): Davide D’Antoni (Telelombardia) per un’inchiesta sulla pedofilia a Milano e Stefano Fumagalli (Telenova) per due servizi sui campi rom nel centro di Milano.
La Giuria ha poi deciso di assegnare un Premio Speciale (targa grande Gruppo Cronisti Lombardi) alla Redazione della Cronaca di Milano del Corriere della Sera per l’iniziativa “Il camper nei quartieri”

I Premi Vita di Cronista sono stati assegnati, dalla Giunta del Gruppo Cronisti Lombardi, a Francesco Abruzzo e Ettore Mo.
Milano, 30 ottobre 2008

“COSI’ PUO’ CONTINUARE A VIVERE UN MALATO DI SLA» di Marco Bencivenga (Brescia Oggi)-Leggi i commenti di Piera,Sergio e Gioachino

Il capocronista di Brescia Oggi, Marco Bencivenga, ha scritto un lungo servizio, pubblicato lunedì scorso 27 ottobre, sul caso di Paolo Marchioni, un malato di Sla abitante a Bedizzole. Bencivenga si è rivolto al Gruppo Cronisti per segnalare il caso, per dargli maggior risalto in campo regionale e nazionale. Pubblichiamo volentieri il servizio con l’augurio che altri colleghi possano interessarsi a questo caso.
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Vive da solo. E si è dato una missione: aiutare gli altri. Soprattutto chi ha bisogno e chi è ammalato di Sla. Come lui. Paolo Marchiori ha 47 anni e due occhi sempre movimento, stridente contrasto con le gambe che non rispondono più. Presto toccherà alle braccia, e poi, via via, inesorabilmente, a tutti i muscoli del corpo, lingua compresa. Perché la Sindrome laterale amiotrofica, nota anche come «morbo di Lou Gehrig» o «malattia dei calciatori», è una condanna senza appello. Al massimo rallenta un po’, ma non dà scampo: l’aspettativa media di vita per chi la contrae è di 5 anni. A Paolo Marchiori l’hanno diagnosticata nel gennaio 2005, tre anni e mezzo fa.
«I PRIMI SINTOMI sono comparsi a febbraio-marzo dell’anno prima - racconta Marchiori dal primo piano (senza ascensore) della sua casa di Bedizzole, a due passi dal campo di calcio -. Ero andato a sciare e sentivo strani crampi alle gambe. E tanta stanchezza. Il medico di famiglia mi suggerì una cura a base di banane e patate: per alzare il potassio… Forse è lo stress, pensammo». Invece, era Sla, diagnosticata soltanto «grazie» a un’ernia al disco: «Il neurologo che mi curava mi fece fare degli esami, poi alcune risonanze magnetiche e un’elettromiografia alla Poliambulanza. Fui anche ricoverato per dieci giorni». Al termine: la diagnosi («Fu una disperazione totale») e l’inizio di un pellegrinaggio fra cliniche, ospedali e centri specializzati: il San Raffaele, il Besta e il San Luca di Milano, la Fondazione Maugeri di Pavia, l’ospedale di Novara e anche lo studio di un luminare francese. «Al San Luca conobbi un altro malato bresciano, Franco Cittadini di Collebeato, che è già morto da più di un anno - ricorda Paolo Marchiori -. Franco era stato in Cina, dove un medico dell’esercito effettua trapianti di cellule staminali, l’unica terapia sperimentale che si tenta nel mondo». Nel 2006 c’è andato anche lui, in Cina. «Non so dire se l’intervento abbia avuto benefici - ammette -. So che alcuni pazienti hanno avuto lievi miglioramenti, forse hanno ritardato di 6-7 mesi l’avanzare della malattia. L’intervento? Ti fanno due buchi con il trapano nel cranio, proprio qui - spiega, toccandosi sopra la fronte -. L’operazione viene eseguita in anestesia locale, quindi ricordo tutto. Al medico che mi bucava dicevo in dialetto bresciano “và zö amò èn pö!”, vai giù ancora un po’. Volevo essere sicuro… Fatti i buchi, il professore mi iniettò le cellule staminali e sentii un gran freddo. Poi il rumore delle graffette necessarie per richiudere la testa. Dopo un’ora ero fuori, pelato e con una mantellina marrone: sembravo Padre Pio…». Seguirono tre giorni di sonno e di attacchi epilettici («E’ normale, basta che si rompa un capillare»). Poi il ritorno a casa. «Tanti devono sottoporsi anche a una cura anti-rigetto, perché gli anticorpi distruggono le cellule estranee: è uno degli interventi che l’Italia ha proibito con il referendum del 2005, condizionato dai timori della Chiesa per l’uso delle cellule staminali nell’embrione - ricorda Paolo -. Del gruppo di malati che si erano sottoposti all’intervento siamo rimasti in due, io e una donna di Bergamo. Ma in Cina ho perso soprattutto mia moglie: vedere i miei attacchi epilettici e tutti quei malati, in condizioni anche più gravi delle mie, l’ha scioccata. Lei si è spaventata, è andata in tilt, e io quel momento ho pensato solo a me stesso e alla mia malattia. Così, non mi sono reso conto che forse era lei ad avere più bisogno di me».
PAOLO MARCHIORI è così: avrebbe tutto il diritto di chiedere aiuto e, invece, lo vuole dare agli altri. Spazza i pettegolezzi di paese («Facile gossip di chi non sa cosa si prova») e rivela: l’anno scorso, prima di Pasqua, un viaggio gli ha cambiato la vita. O meglio: il modo di guardare la vita. «Una persona mi ha portato a Lourdes e quando sono arrivato là ho capito - racconta Marchiori -. In quella grotta, fra tanti malati, ho capito il senso della vita, mi sono reso conto che anche nella sofferenza si può avere la gioia di vivere. Così, ho usato tutto ciò di negativo che mi è successo per aiutare gli altri, ho capito che posso dare coraggio ai malati come me. A volte riesco entro a tal punto nei panni delle persone che mi raccontano le loro storie da riuscire a trovare una risposta anche alle loro domande più difficili».
LUI CHE PER 30 ANNI ha costruito case, titolare di una piccola impresa edile, ora costruisce speranze. Senza chiedere niente in cambio. «Sia chiaro - precisa -: aiutare gli altri fa stare bene anche me, mi dà forza, mi fa sentire ancora utile, una persona viva. Purtroppo, molti non si rendono conto che uno può diventare da un giorno all’altro un disabile o un ammalato grave, ma, se anche perde l’uso delle gambe o delle braccia, con la testa e con il cuore resta la persona di prima». A cambiare è l’approccio degli altri, che tendono a trattarlo come un diverso. O a compatirlo. Ma non è di questo che un malato ha bisogno. «Di fronte alla diagnosi, ognuno reagisce in maniera diversa: molti con rabbia, io invece ho trovato la fede - racconta Paolo, che non può muoversi dalla poltrona e, così, ha creato un piccolo mondo a portata di mano: cellulare, pc, telecomando, guida del telefono e una Bibbia -. Quando prego, io non chiedo mai la guarigione, ma la forza per rendermi utile e una mano per affrontare le difficoltà che mi aspettano». Proprio da questa considerazione ha preso spunto la sua missione: «Mi sono messo a disposizione dell’Aisla, l’associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica, per contribuire a raccogliere fondi destinati alla ricerca e all’assistenza di chi non ce la fa da solo. In Lombardia siamo “ricchi” e, così, possiamo contare sui 500 euro al mese stanziati dalla Regione, ma in altre parti d’Italia non c’è neppure questo aiuto. E la pensione d’invalidità o d’accompagnamento non basta a pagare le cure e l’assistenza di cui si ha bisogno, soprattutto nella fase terminale, quando serve 24 ore su 24, il malato non può più deglutire, si alimenta con una sonda e respira grazie alla tracheotomia, ma se non ha nessuno che gli aspira il catarro muore soffocato». I medici dell’Asl garantiscono la fisioterapia domiciliare («Al pari della ginnastica passiva serve per ritardare l’atrofia dei muscoli») e rispondono a ogni chiamata. «Ma ci sono anche le necessità dei familiari del malato - ricorda Paolo con il solito slancio di altruismo -. Se la moglie di Stefano Borgonovo, un ex calciatore senza problemi economici, dichiara “dire che è dura è troppo poco” significa che l’impegno è davvero drammatico. Un coniuge magari vorrebbe staccare la spina anche solo per un’ora, quantomeno a livello psicologico, ma se non ha nessuno che lo aiuta, come fa? Chi ha l’opportunità può prendere la badante: 800 euro al mese se la paga in nero, 1.100 se regolare. I 500 euro della Regione sono una boccata d’ossigeno, ma finiscono presto». Anche per questo Marchiori ha un consiglio per i compagni di malattia: portarsi avanti. «HO DECISO di farmi conoscere per poter indirizzare e consigliare le persone come me - spiega il referente provinciale bresciano dell’Aisla -. Le cose mediche non mi competono, al massimo posso dire andate alla Fondazione Maugeri di Lumezzane, perché lì sono bravi, ma nel mio piccolo posso tranquillizzare un po’ gli altri ammalati, spiegare loro come si ottengano la pensione civile o il contributo regionale, illustrare quali sono i diritti di un ammalato. Quello che io ho fatto e ottenuto in un anno e mezzo qualcun altro può impararlo in due mesi e il tempo per noi malati di Sla è oro. Anche per questo chi ha questa malattia deve riuscire a fare più cose possibili finché ne ha la forza. Basti pensare a una semplice visita all’Inps: farla un anno prima o un anno dopo comporta una differenza enorme». A volte può perfino diventare un paradosso: «Io, quando ho fatto la visita, ancora camminavo e, forse per questo, nonostante la diagnosi conclamata della Sla mi hanno dato l’invalidità solo all’80 per cento. Così ho fatto ricorso. Quando sono tornato la seconda volta mi hanno dato il cento per cento, ma non camminavo più. Purtroppo, per noi malati di Sla non esiste recupero: dal momento del verdetto diventiamo una candela, che può spegnersi più o meno velocemente. Ma la destinazione è certa: la morte. Per questo è importante fare le cose prima, portarsi avanti. Per esempio: quando uno capisce che non riesce più a usare il proprio pc, deve iniziare a informarsi su come avere un sintetizzatore vocale o un lettore ottico, quello che permette di scrivere le parole su una tastiera con il movimento degli occhi. Allo stesso modo, può “prenotare” all’Asl un materasso antipiaghe da decubito o, sapendo di andare incontro a sicuri problemi respiratori, può iniziare a fare esercizi per l’uso del diaframma, buoni non per fermare la malattia, ma almeno per rallentarne le conseguenze. Che se poi si sopravvive per 6 anni, anziché per 5, magari nel frattempo succede qualcosa o si trova una cura. In fondo al cuore, diciamo la verità, una speranzina di continuare a vivere c’è sempre». E la speranza aiuta a sopportare il progressivo decadimento fisico: «Quando uno perde le gambe - rivela Marchiori - nella sua testa pensa “lasciami almeno le braccia”. E quando perde l’uso delle braccia dice “lasciami almeno la voce”, poi “almeno gli occhi”… La mente va sempre avanti. “Accettare” la malattia non è la parola giusta, perché nessuno può accettarla, Però bisogna imparare a conviverci e pensare che nonostante tutto si è ancora vivi. Vivi dentro».
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L’EVENTO. Venti giorni fa Paolo Marchiori ha assistito alla commovente amichevole organizzata da Milan e Fiorentina per non far sentire solo l’ex attaccante
«Che emozioni a Firenze al fianco di Borgonovo»«La malattia ti toglie tutto,
meno il battito del cuore
Un testimonial famoso aiuta
a capire la nostra condizione»
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C’era anche lui venti giorni fa a Firenze. Paolo Marchiori era allo stadio «Franchi» in occasione dell’amichevole organizzata da Fiorentina e Milan per non far sentire solo Stefano Borgonovo, l’«ex» di entrambe le squadre (e del Brescia Calcio) che aveva appena rivelato di essere affetto dalla Sla. «Un po’ alla volta la malattia ti toglie tutto, ma la cosa bella è che ti lascia le emozioni, quelle che ti danno la forza di andare avanti, e nella sera di Firenze il cuore mi batteva forte perché le emozioni sono state davvero tante - ricorda Marchiori -. La cosa più importante, per me, è che la gente abbia visto in che condizioni ti porta la malattia, perché ciò che vediamo è ciò che ricordiamo meglio. Chi rammenta cosa ha detto Borgonovo nell’intervista a Sky? Nessuno. Al massimo ci si ricorda del fatto che ha chiamato la malattia “la stronza”. Ma i suoi occhi , quelli no, non li può dimenticare nessuno. E raccontano la fine che ci aspetta». Marchiori non lo dice per impressionare o impietosire. Non è il tipo. Lo dice, da delegato provinciale dell’Aisla, perché si rende conto che un testimonial famoso può fare soltanto bene alla causa dei malati di Sla. «Fino a poco tempo fa - ricorda - neppure i medici di base sapevano bene che malattia fosse. Io stesso, dopo la diagnosi, sono andato a cercare informazioni su Internet e non sapevo dove andare a sbattere la testa. Ora invece la conoscenza si sta diffondendo e la nostra associazione è diventata un importante punto di riferimento per i malati». A Firenze Marchiori è stato accompagnato dalla sorella e dal cognato, insieme a un’altra malata bresciana (anzi, di Bedizzole: Maria, che lavorava all’Arzaga e abita a Pontenove). «Mi hanno portato a Villa Terme, una clinica specializzata di Firenze in cui c’era anche Borgonovo, e da lì siamo partiti in una dozzina verso lo stadio - ricorda Paolo Marchiori -. Ci scortavano i carabinieri e abbiamo attraversato la città con le sirene… Allo stadio c’era una atmosfera incredibile: il pubblico non applaudiva, ha battuto le mani per due ore. E in tanti hanno pianto, a partire dai giocatori in campo, nel vedere Borgonovo sulla sedia a rotelle. Quando ho rivisto la registrazione in tv mi sono accorto che da casa non era possibile percepire le emozioni che abbiamo vissuto dal vivo. Lo stesso Cesare Prandelli, allenatore bresciano della Fiorentina, ha detto “in pochi possono vivere una serata così”. E ha trovato le parole giuste. Mia sorella ha scatto le foto ricordo, ma per l’emozione in alcune ha preso solo i piedi e in altre solo le teste… Poco male, perché è stata un’esperienza indimenticabile. Al ritorno ho avuto bisogno di tre giorni per riprendermi, tanto ero stanco, ma ne valeva davvero la pena». M.B.
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L’APPELLO. Sulla base della propria esperienza, Paolo Marchiori invita i compagni di malattia a non arrendersi, anzi a restare il più possibile in contatto con il mondo
«Ammalati, reagite. Sani, andate a trovarli»«Chi si isola muore prima
Una visita fa sempre piacere»
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«Un malato di Sla sa che non potrà guarire, ma ha bisogno di sentirsi vivo e il modo migliore per riuscirci è restare il più possibile in contatto con il mondo: per questo è importantissimo che chi lo conosce lo vada a trovare, magari soltanto per scambiare due parole e per leggergli alcune pagine di un libro». Paolo Marchiori lo dice forte della propria esperienza personale: «Di fronte alla diagnosi - spiega - ognuno reagisce in maniera diversa e ha il suo modo di combattere. Io vado avanti con la fede, la mia amica Maria con la rabbia. All’inizio si è isolata, non voleva farsi vedere dai vecchi amici per farsi ricordare com’era, non com’è adesso. Ma l’ho “lavorata” a lungo e lei ha capito. Non a caso quando le ho proposto il viaggio a Firenze per la partita di Borgonovo mi ha risposto “vengo”. E ora partecipa a tutte le nostre iniziative. Qualche tempo fa è venuta in piazza, si è fatta vedere, ha ritrovato tanta gente e si è pure commossa». E il 13 novembre sarà al Quadriportico, in città, per una serata organizzata dal Rotary allo scopo di raccogliere fondi per la ricerca sulla Sla. «Io - racconta Marchiori - la scorsa settimana ho partecipato alla manifestazione organizzata qui a Bedizzole da alcune associazioni d’arma. Sono stato un parà, così mi hanno messo il basco in testa e mi hanno portato in piazza con la carrozzina. Abbiamo ricordato chi ha dato la vita per la democrazia, per il nostro benessere e per la nostra libertà. Ho rivisto tante persone ed è stato bellissimo. Semplice, ma bellissimo. Quando sei malato riscopri le cose più normali, le assapori di più. Soprattutto, ti rendi conto dell’importanza della vita. Prima anch’io la sottovalutavo, ora invece so che ogni giorno è un miracolo e che va vissuto donando amore. Basta anche un piccolo gesto per non sprecarlo. Da sano magari ti preoccupi per i soldi e per costruire la casa rinunci alle ferie o mandi in vacanza soltanto tua moglie e i tuoi figli. Lo scopo è nobile, ma il risultato è che alla fine ci si allontana. Invece, la famiglia dev’essere sempre la priorità. Il bene materiale non conta, meglio l’amore. Cos’hai fatto nella vita se non ha vissuto l’Amore con la A maiuscola?». E un gesto d’amore nei confronti di chi è vicino a un malato, seondo Marchiori, è anche non arrendersi. «L’eutanasia? Se hai due figli che ti dicono “papà, ti vogliamo bene anche così”, come fai a rinunciare a vivere? E i familiari di chi è ammalato, quelli che dicono “meglio che muoia piuttosto che viva così” perchè poi non hanno il coraggio di staccare la spina o il respiratore? - chiede -. In realtà, sanno che non riuscirebbero a convivere con il rimorso. Così, spesso danno la colpa alle istituzioni o alle leggi sbagliate. Nel caso della Sla, al momento della diagnosi devi scegliere: morire o lottare. Per la prima scelta basta non alzarsi dal letto e smettere di mangiare per andarsene via in fretta e in silenzio. Ma se uno sceglie di lottare, se accetta l’ausilio meccanico per respirare e alimentarsi, poi deve vivere, senza colpevolizzare nessuno. Anzi, cercando di aiutare gli altri. E io ci sto provando». M.B.
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Ecco «mail» e telefoni
L’Aisla? Si può aiutare
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Paolo Marchiori è un uomo straordinario e, pur impossibilitato ad alzarsi da solo dalla poltrona o dal letto di casa, si mette a disposizione degli altri malati di Sla. «Vorrei trasmettere loro un po’ di coraggio e alcuni consigli utili per organizzarsi e imparare a convivere con la malattia», spiega. Per questo, il malato-coraggio di Bedizzole si è offerto come referente bresciano dell’Aisla, onlus che può essere finanziata a livello nazionale effettuando una donazione sul conto corrente postale numero 17464280 intestato all’Associazione italiana sclerosi laterale miotrofica e a livello locale con un versamento sulla Banca di Bedizzole, Turano e Valvestino (Iban IT 95 Y 08379 54081 000000330798). Non solo: Paolo Marchiori mette a disposizione anche i propri telefoni (il numero di casa è lo 030-6870433, il cellulare il 334-2327531) e il proprio indirizzo elettronico; p.meches.1@hotmail.it. «NON VOGLIO SPRECARE il tempo che mi rimane e il mio scopo è aiutare e incoraggiare gli altri - ripete -. Rispetto ai tumori, che in genere offrono qualche speranza con interventi, chemio o radioterapie, noi malati di Sla sappiamo che non abbiamo possibilità di guarigione e possiamo solo cercare di rallentare un po’ la malattia. Per fortuna non proviamo grande dolore, eccezion fatta per la fase terminale. Il mio segreto? Oltre alla fede, un po’ di ironia - rivela Marchiori -. Ogni tanto mi dico: “dentro sto bene, il mio fisico faccia pure ciò che vuole”. Bisogna sempre pensare positivo e dare l’esempio: uscire, telefonare, farsi vedere… Prima di chiedere bisogna dare. Io ci provo: al limite, preferisco prendere una bastonata o una delusione che non averci provato. Che senso ha vivere da malati? A freddo il cervello può pensarlo, ma quando ci sei dentro la testa va oltre. Come dice il nostro presidente nazionale Mario Melazzini la malattia è un valore aggiunto alla nostra persona». M.B.

GIORNALISTI: UNCI,LIBRO BIANCO SU INTIMIDAZIONI PROCURE/ANSA

(di Angela Majoli)
(ANSA) - ROMA- Quaranta perquisizioni compiute dalla
magistratura nei confronti di almeno un centinaio di giornalisti
tra il 2006 e il 2008, un dato in aumento rispetto agli anni
precedenti: e’ l’allarme lanciato dall’Unione nazionale cronisti
nel ‘Libro bianco sui difficili, e a volte burrascosi, rapporti
tra magistratura e cronisti sul fronte del diritto di cronaca e
della liberta’ d’informazione’. Un’iniziativa alla quale
l’Associazione nazionale magistrati guarda con interesse,
rilanciando con il segretario Giuseppe Cascini l’opportunita’ di
”abolire del tutto il segreto investigativo”.
”La magistratura - e’ la denuncia di Guido Columba,
presidente dell’Unci - sta tentando di impadronirsi delle
prerogative dei giornalisti, talvolta con comportamento
persecutorio e intimidatorio: ne abbiamo raccolto tanti esempi
in questa sorta di bestiario che manderemo al Capo dello Stato,
al Consiglio superiore della magistratura e a tutte le procure
d’Italia”. Nel Libro bianco, casi di perquisizioni e
interrogatori a carico di cronisti, spesso solo persone
informate sui fatti (su tutte, spicca la vicenda Abu Omar);
sequestri di materiali (si arriva fino al servizio di Studio
Aperto sul delitto di Perugia, di due giorni fa) poi dichiarati
illegittimi dalla Cassazione; clonazioni di computer;
pedinamenti di cronisti; giornalisti messi alla porta da un’aula
di tribunale in un processo pubblico per il rischio di nuocere
alla salute dell’imputato ‘malato di cuore’; la sospensione
dalla professione per sei mesi inflitta a due cronisti
piemontesi non dall’Ordine dei giornalisti (al quale spettano le
sanzioni disciplinari), bensi’ dal gup di Biella.
La situazione rischia di peggiorare con il disegno di legge
sulle intercettazioni, ”che di fatto abolisce la cronaca
giudiziaria”, accusa il segretario dell’Unci Romano Bartoloni.
Contro quel provvedimento, ricorda il presidente della
Federazione nazionale della stampa, Roberto Natale, ”il 5
novembre i giornalisti manifesteranno a Roma per sottolineare la
centralita’ del ruolo dell’informazione e la nostra contrarieta’
a norme che puntano a limitare la liberta’. Siamo disponibili a
rendere piu’ stringenti i meccanismi di autoregolamentazione
della categoria, ma nel rispetto dell’autonomia dei
giornalisti”.
A rappresentare la posizione della magistratura, il
segretario dell’Anm Cascini e il presidente Luca Palamara. ”E’
il sistema legislativo attuale che e’ radicalmente sbagliato -
sottolinea Cascini - perche’ il segreto d’indagine, accompagnato
al divieto di pubblicazione degli atti, crea un sistema
totalmente irrazionale che si presta ad abusi ed errori. I
giornalisti, infatti, in un certo senso subiscono le notizie
dalla fonte che le fa uscire e questo mortifica il loro ruolo di
darle autonomamente”. Cascini e’ convinto che andrebbe ”del
tutto abolito il segreto investigativo, mantenendolo soltanto
quando e’ necessario tutelare la privacy delle persone coinvolte
o nel caso in cui ci sia un’effettiva necessita’ investigativa.
Salvo che in queste occasioni, la regola generale dovrebbe
essere il libero accesso agli atti”.
Secondo Palamara, ”e’ necessario trovare un punto di
equilibrio tra gli atti coperti dal segreto e quelli non coperti
dal segreto. Nel momento in cui cade la segretezza dell’atto,
non c’e’ motivo per non pubblicarlo. In ogni caso valuteremo con
interesse questo Libro bianco: assumersi il ruolo di censore
della stampa - conclude - non e’ la linea dell’Associazione
nazionale magistrati”. (ANSA).

CONFRONTO A PALAZZO MARINO TRA DE CORATO E I CRONISTI

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Una delegazione del Gruppo Cronisti Lombardi, guidata dal presidente Rosi Brandi e dal vicepresidente Gianfranco Pierucci, e di cui era stata invitata a far parte Letizia Gonzales, presidente del Consiglio Regionale dell’Ordine della Lombardia, si è incontrata questo pomeriggio a Palazzo Marino con l’on. Riccardo De Corato, vice sindaco di Milano nonché assessore alla Sicurezza. L’incontro era stato chiesto dal Gruppo Cronisti - come ha spiegato la presidente Brandi -per esprimere il crescente disagio dei cronisti milanesi per i rapporti sempre più difficili con la Polizia Locale, divenuta una fonte praticamente “asciutta” nonostante la sua crescente importanza nell’ambito della vita sociale della città, sia per quanto concerne la sicurezza sia per quanto riguarda le più specifiche attività legate al traffico. Dopo l’introduzione di Rosi Brandi, Letizia Gonzales ha voluto sottilineare l’interesse sia del Comune sia dei cronisti perché le informazioni che vengono fornite siano rapide ma soprattutto precise, anche al fine di garantire la diffusione di notizie approfondite e affidabili, non superficiali.
I cronisti Ruggiero del Giorno, Focarete del Corriere della Sera, Ferrante di Adn Kronos, Cassinelli dell’Ansa, Pestalozza di ApCom hanno fatto seguire esempi concreti, legati ad episodi di cronaca anche di questi giorni, in cui la Centrale Operativa della Polizia Locale non ha fornito o ha fornito in ritardo le informazioni, così come è accaduto (ma in questo caso si è trattato soprattutto di ritardi) per i comunicati stampa dell’Assessorato.
De Corato, dopo aver ascoltato le doglianze ma anche alcune proposte dei cronisti, ha spiegato la sua posizione, distinguendo nettamente le notizie legate alle funzioni di controllo del traffico, da quelle, più specificamente di polizia giudiziaria, relative alla sicurezza. E mentre ha dimostrato una certa disponibilità sulla ricerca di una maggiore apertura per le prime ha ribadito una certa rigidità sulle seconde, riservandosi la discrezionalità sui tempi della loro divulgazione ufficiale ad operazioni concluse. Non di meno si è detto intenzionato a ridurre questi tempi.
L’incontro si è svolto in un clima di comprensione reciproca ed è auspicabile che possa essere davvero servito ad aprire la strada ad un ripristino di rapporti che,nel rispetto reciproco dei ruoli, possano essere sempre più rispondenti alle esigenze dei cronisti e, attraverso loro, dei lettori. nella foto: il vicesindaco De Corato.

PERQUISITA A GENOVA LA CASA DI UNA CRONISTA “PERICOLOSA”

Genova, 21 ottobre 2008. La giornalista? Più pericolosa di un killer, inquisito per l’omicidio di una donna a Sanremo e per l’assassinio di un’altra a Genova. Due donne uccise dopo mesi di minacce. Il processo per l’omicidio di Genova a due anni dai fatti è ancora da fissare, ma la procura genovese ha trovato tempo e modo di impegnare una decina di agenti della polizia giudiziaria per perquisire l’abitazione, la redazione, l’auto e la borsetta della collega Ilaria Cavo, di Mediaset, “colpevole” di avere diffuso una intercettazione sul killer Luca Delfino il cui contenuto era peraltro già agli atti dell’inchiesta per l’omicidio di Sanremo.
La perquisizione a Ilaria arriva alla vigilia delle ultime manifestazioni (il 23 ottobre alle 10,30 a Genova di fronte al Tribunale con volantinaggio e presidio dei giornalisti) per il diritto dovere di fare e di ricevere informazione, contro i progetti politicamente trasversali nelle diverse maggioranze di governo, tendenti a limitare il diritto a fare informazione, alla conoscenza dei processi e delle inchieste, insomma a una informazione ovattata e controllata più ancora di quello che in molti vorrebbero o già riescono a fare oggi.
E’ poi, per così dire curioso, che la magistratura (giustamente) così impegnata a difendere i propri valori di autonomia e di professionalità, riesca a spendere tempo e persone per indagare i giornalisti. Attaccando spesso con decisioni e scelte incomprensibili una categoria - quella dell’informazione - che come la magistratura e l’avvocatura ha il suo valore principale nell’autonomia, indipendenza personale e professionalità.
A Ilaria va, purtroppo, la “solita” solidarietà. E’ questo, con moltissimi altri, un buon motivo per partecipare al presidio e volantinaggio di giovedì a Genova e alla manifestazione nazionale ed europea del 5 novembre a Roma.
Nel caso di Ilaria Cavo, la collega è stata prima convocata per la “banale” comunicazione di un atto giudiziario,per poi rivelarle che era indagata e che c’era un ordine di perquisizione della Procura di Genova. L’operazione che ha complessivamente impegnato tra Genova e Milano una decina di persone ha visto la perquisizione della borsa di Ilaria, della sua auto, il sequestro del notebook, la perquisizione senza esito in redazione e nell’abitazione della collega dove sono stati sequestrati tutti i materiali informatici e hard disk anche non attinenti all’oggetto specifico dell’indagine.
Fa piacere rilevare tale solerzia e dispiego di forze, impegnate già in altre città per analoghe iniziative contro giornali e colleghi come a Genova dove negli ultimi anni si è trovato tempo, per esempio, di indagare e condannare chi aveva fatto inchieste giornalistiche su un maniaco (condannato in primo grado a 14 anni di carcere) utilizzando anche materiali diffuso dalle stesse forze dell’ordine, sulle vicende del G8, sul serial killer Donato Bilancia, sui temi del terrorismo e via aggiungendo. Con sponde spesso ancora più realiste in taluni amministratori , tifosi di calcio, dirigenti di società sempre più infastiditi dal fare cronaca che non sia il passaggio di una semplice velina o comunicato stampa.
(fnsi)

SAYED KAMBAKHSH CONDANNATO A 20 ANNI

L’Unione Nazionale Cronisti chiede al governo, alle istituzioni e a chiunque ne abbia la possibilità, di esercitare il massimo di pressione per tutelare Sayed Parwez Kambakhsh, il giovane cronista afgano che era stato condannato a morte e che in appello ha avuto oggi una condanna a 20 anni di reclusione.
Come era evidente dalle accuse formulate nel tribunale tribale di Mazar-i-Sharif, e come ha spiegato il fratello Sayed Yaqub Ibrahimi - che nello scorso marzo è venuto a Viareggio a ritirare il Premio Cronista internazionale assegnato a Parwez - il giovane cronista è del tutto innocente e le accuse che gli sono state rivolte sono servite ad ammonire la stampa a non interessarsi delle vicende che riguardano i signori della guerra e le spartizioni territoriali dell’Afghanistan.
L’Unione Cronisti chiede quindi che riparta la mobilitazione internazionale a favore di Sayed Parwez Kambakhsh e della libertà di stampa in Afghanistan e che anche il governo italiano si adoperi affinché da parte di tutte le istituzioni afgane, a cominciare proprio dalle aule giudiziarie, siano garantiti la legalità e i diritti umani.
La democrazia che anche l’Italia sta cercando di costruire in Afghanistan, con il suo impegno politico e militare, non può rinunciare ai principi dell’inviolabilità della vita e della libertà di stampa e di opinione.

CRONISTI IN PIAZZA A GENOVA E FERRARA

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Le manifestazioni in programma a Genova e Ferrara concludono il Giro d’Italia della libertà dell’informazione promosso dall’Unione Nazionale Cronisti Italiani, d’intesa con Fnsi e Ordine dei giornalisti, contro il ddl del governo
sulle intercettazioni.
Giovedì 23 a Genova, Unci, Associazione Stampa Ligure e Ordine Regionale hanno organizzato una manifestazione davanti al Palazzo di Giustizia in via Bartolomeo Bosco. Ai cittadini saranno distribuiti volantini che, accanto alle vignette satiriche di Rolli, spiegano che “cittadini, giornalisti, avvocati, magistrati sono insieme per una
battaglia di civiltà, democrazia e legalità”. Il manifesto invita inoltre i genovesi a dire “No al silenziatore sull’informazione, a chi lo vuole, a chi lo accetta”.
Sabato 25 a Ferrara, la manifestazione è organizzata dall’Associazione stampa dell’Emilia-Romagna in collaborazione con Unione Cronisti e Ordine dei giornalisti. L’appuntamento è a mezzogiorno in piazza Trento e Trieste al centro della città. I
rappresentanti del giornalismo distribuiranno ai cittadini volantini con la frase “Liberi di infornare, libri di sapere” e l’invito ad aiutarli “a difendere i tuoi diritti: sostieni la libertà di stampa” . Il volantino spiega anche che “senza una stampa libera la democrazia è in pericolo”.

GIORNALISTA CONDANNATO A MORTE: L’APPELLO SI E’ BLOCCATO

E’ ormai passato un anno da quanto Sayed Parwez Kambakhsh, giovane giornalista afgano, è stato incarcerato a Mazar-i-Sharif con l’accusa di aver scaricato da internet e diffuso un testo sui diritti delle donne e l’Islam. Da allora non ne è più uscito. Il 22 gennaio un tribunale della stessa città lo ha condannato a morte per blasfemia, il 15 giugno è iniziato a Kabul il processo d’appello, poi sospeso sine die. Una sospensione illegale, denuncia il suo avvocato Afzal Nooristani, come illegale è la condanna anche alla luce delle norme in vigore da quando le forze internazionali hanno rovesciato il regime dei Taleban e investito ingenti risorse anche nella riforma del sistema giudiziario del Paese. Ma basterebbe, ritiene l’avvocato, un intervento della Suprema Corte afgana per ripristinare la legalità, far riprendere il processo d’appello e farlo concludere con un’assoluzione.
L’UNCI, che nel marzo scorso ha sollevato il caso conferendo a Parwez Kambakhsh e al fratello Sayed Yaqub Ibrahimi, invitato in Italia, il premio internazionale Il Cronista dell’Anno, fa nuovamente appello al Governo italiano affinché nulla rimanga intentato per giungere alla liberazione del giornalista e alla revoca della condanna.
Una condanna che e’ anche un atto emblematico di negazione della libertà di stampa, in un Paese dove l’Italia è tuttora in prima fila - mettendo ogni giorno a rischio la vita dei suoi soldati, come anche i ferimenti di oggi a Herat ci hanno ricordato - per assicurare democrazia, giustizia e pace ad un popolo fin troppo provato. Il futuro di quel Paese si garantisce anche assicurando che vi sia, da parte delle sue istituzioni, il rispetto dei diritti umani e della legalità.

BELLERI, MONTI, GLI EDITORI E IL CONTRATTO

Antonio Padellaro aveva saputo definitivamente che avrebbe presto lasciato la direzione dell’”Unità”, addirittura dal suo successore, attraverso un’intervista rilasciata a “Prima Comunicazione”.
In giugno Luciano Regolo era stato defenestrato da “Novella 2000”: tutti sapevano del nuovo direttore, tranne lui.
A Pino Belleri, direttore del settimanale “Oggi”, non è andata meglio. Ha saputo che la sua poltrona sarebbe andata ad Andrea Monti (“la nomina verrà ufficializzata nei prossimi giorni”) da una notizia con titolo a tutta pagina, seguito da un articolo ben circostanziato, di “Italia Oggi”. Dire che Belleri è caduto dalle nuvole sarebbe non del tutto vero: era almeno una settimana, per non dire qualche mese (dalle vicende delle foto non pubblicate di Sircana a quelle pubblicate di Berlusconi in Sardegna) che le voci della sua sostituzione si rincorrevano nella Torre Rizzoli. Erano già stati avanzati anche due nomi di candidati: proprio Andrea Monti(che nel frattempo ha avuto la direzione dell’”Europeo”) e Umberto Brindani, quest’ultimo ancora a spasso dopo il benservito (anche questo dai modi un po’ bruschi) da “Tv,Sorrisi e Canzoni”.
Di fronte alla richiesta di spiegazioni dello stesso Belleri, nonché del Cdr e della redazione di “Oggi”, sono arrivate tepide ed evanescenti precisazioni dell’azienda.
Così, al momento, non si sa più se Belleri è ancora il direttore o deve già considerarsi l’ex direttore di “Oggi”.
Che cosa viene imputato a Belleri? Il fatto, tra l’altro, che il settimanale abbia lasciato sul campo – citiamo “Italia Oggi” - l’8,5% diffusionale dal giugno 2007 a quello 2008 attestandosi su una media mobile di 601 mila copie”.
Ma al di là della decisione, giusta o sbagliata dei vertici Rizzoli, di sostituire Belleri (se e quando la notizia ufficiale?), c’è qualcosa d’altro che questo episodio insegna, o meglio, conferma.
Che le relazioni , a qualunque livello, tra editori e giornalisti sono divenute insostenibili. Che gli editori (ma si possono ancora definire così la maggior parte di loro?) non perdono occasione per dimostrare la loro volontà di ridurre sempre di più i giornalisti a un ruolo subalterno e svuotato di ogni professionalità, chiamati solo “ad obbedir tacendo, e a rispondere agli interessi prevalentemente commerciali degli onnipresenti e onnipotenti, ma non sempre all’altezza, uffici marketing.
Ma, soprattutto l’episodio dimostra che è difficile sperare, nonostante i quasi quattro anni già trascorsi, che gli editori abbiano davvero il desiderio di chiudere un qualsivoglia contratto. A loro la situazione, sta troppo bene così.

PERQUISIZIONI: LA CRONACA NON SI FERMA CON LE INTIMIDAZIONI

Nel dossier anche molti casi di “malagiustizia” avvenuti a danno dei cronisti
Venerdì 24 prossimo, con inizio alle ore 11, nella sede della Fnsi di Corso
Vittorio Emanuele 349, l’Unci presenterà alla stampa un dossier dal titolo:
Perquisizioni: la cronaca non si ferma con le intimidazioni 2006 – 2008: Libro
Bianco sui difficili, e a volte burrascosi, rapporti tra magistratura e cronisti sul
fronte del diritto di cronaca e della libertà d’informazione”.
Nella ricerca sono contenuti tutti gli episodi in cui i giornalisti lamentano un
comportamento dei magistrati, non solo inquirenti, che sembra rivolto più a colpire il
lavoro dei cronisti che a perseguire i criminali. L’elenco delle perquisizioni, che le
sentenze della Corte Europea bollano come illegittime, è lungo e impressionante,
anche per le modalità con le quali sono state disposte. Ugualmente colpiscono
numerosi episodi di “malagiustizia” sempre ai danni dei giornalisti.
L’intento del Libro Bianco non è quello di aprire un contenzioso con la
magistratura, alla quale in questo momento ci accomunano molte cose, in primis la
battaglia contro il ddl del governo sulle intercettazioni, ma è certamente quello di far
sì che da una presa di coscienza dell’ampiezza e della gravità del fenomeno si possa
ottenere che i cronisti assolvano con serenità al loro dovere di “cani da guardia della
democrazia” come li ha definiti la Corte Suprema di Cassazione.
Alla presentazione sono stati inviati rappresentanti del Csm e della
magistratura, politici, rappresentanti di governo e delle forze dell’ordine. Saranno
presenti alcuni dei cronisti maggiormente colpiti nella loro attività di informazione.